Suore, Fede e Freud

You want to believe, don’t you? #1

Una volta, anni fa, quando ancora frequentavo il liceo, ci portarono a visitare un convento nel centro di Milano. Non ricordo il nome né, approssimativamente, il luogo; ma penso fosse in una qualche zona del centro, perché da un giardino interno si poteva scorgere l’edificio di un gigante della moda.
Contrariamente ad ogni mia aspettativa, non vi trovai suore tristi, afflitte ed immerse nel grigiore della solitudine; ma donne tranquille, intente alla cura dell’orto e alla produzione di alcune icone (o miniature, bho.) La memoria è labile, instabile ed ingannevole: non saprei rievocare particolari precisi.
Eppure ricordo bene quanto mi colpirono gli occhi di una giovane suora, nostra guida, che durante la visita rispose gentilmente alle varie domande. Mi colpirono perché vi scorsi una qualche felicità che mi parve assurda in quel luogo.

Spesso ho riflettuto sull’origine della fede, cercando conclusioni soddisfacenti. Che siano tutti pazzi – mi chiedevo – questi credenti?
Vada per la gente meno colta che tante domande potrebbe non porsele, ma come è possibile che persone munite di una testa pensante abbiano fede?
E quella gioia (gioia?) negli occhi della suora, che cos’era?

Al liceo trovai interessante la riflessione contenuta ne “Il disagio della civiltà”, di quel certo padre della psicanalisi dalla barba folta e bianca.
All’inizio del saggio Freud riporta la prospettiva di Romain Rolland secondo il quale esisterebbe in milioni di uomini un sentimento particolare, un senso della “eternità”, «un senso come di qualcosa di illimitato, di sconfinato, per così dire “oceanico”». Tale sentimento, di fatto soggettivo, sarebbe il presupposto e la fonte di quell’energia captata e canalizzata dai vari sistemi religiosi; e, sempre secondo Rolland, potremmo chiamarci religiosi soltanto sulla base di questo sentimento oceanico, anche rifiutando fede e illusioni.

Per quanto conscio della difficoltà di trattare in maniera scientifica i sentimenti, Freud inizia un’elaborata riflessione sulle opinioni espresse dallo scrittore suo «stimato amico»: opinioni che gli causano non poche difficoltà, perché questo sentimento “oceanico”, oh, Freud proprio non lo sente. Eppure non nega – per quanto non lo percepisca in sé, né non lo ritenga di natura primaria – l’esistenza di tale sentimento; si chiede, però, se venga correttamente interpretato e se si possa considerare effettivamente fonte ed origine dei bisogni religiosi.

Ma insomma, che cos’è questo “sentimento oceanico”?

Per Freud avrebbe piuttosto il carattere di un’«intuizione intellettuale», non di certo priva di una risonanza emotiva, ma tale da non risultare assente da atti di pensiero di analoga portata. E su quest’ultimo concetto, sul mio libro, ho delle belle sottolineature a onda marina che uso per evidenziare frasi in parte oscure.

Interpretazione: forse quest’intuizione intellettuale, questo cosiddetto senso oceanico, non mancherebbe in quei sentimenti legati alla consapevolezza, più o meno inconscia, di una vastità davanti alla quale l’uomo si riconosce piccolo piccolo. Quindi nascerebbe in rapporto alla grandezza del mondo esterno (o interiore). Non credo sia inopportuno citare il sentimento del sublime kantiano.

Comunque. Interpretando questo “sentimento oceanico” come indissolubile legame e immedesimazione con la totalità del mondo esterno, Freud si mostra dubbioso nei confronti dell’idea che «l’uomo debba avere conoscenza della propria connessione con il mondo circostante attraverso un sentimento immediato e fin dall’inizio orientato in tale direzione». Lo sviluppo del senso dell’Io – quello grazie al quale, normalmente, consideriamo noi stessi autonomi, unitari, ben contrapposti ad ogni altra cosa – è infatti graduale: l’Io presente nell’adulto non è tale fin dall’inizio e subisce uno sviluppo graduale. Freud sintetizza: «in origine l’Io include tutto, in seguito separa da sé un mondo esterno». Quindi il nostro presente senso dell’io è «soltanto un avvizzito residuo di un sentimento assai più inclusivo, anzi di un sentimento onnicomprensivo che corrispondeva a una comunione più intima dell’Io con l’ambiente.» Sentimento onnicomprensivo. Comunione più intima con l’ambiente. Segnate le parole-chiave.
Ed in misura più o meno notevole – continua il nostro Freud preferito – tale sentimento primario dell’io potrebbe essersi conservato nella vita psichica di molte persone, e si collocherebbe come una controparte accanto a un «più nettamente delimitato senso dell’io della maturità». Sentimento primario contraddistinto dall’illimitatezza e dal senso di comunione con il tutto, con i quali Romain Rolland spiega il nostro “sentimento oceanico”.
Ecco allora cosa potrebbe essere la fede: un rimasuglio di una sensazione primaria. L’origine degli atteggiamenti religiosi sarebbe in questo modo fatta risalire al sentimento d’impotenza dell’infanzia, e chissà a cos’altro – Freud, con la sua onestà intellettuale, ribadisce spesso la difficoltà a trattare tali materie e la nebbia che le avvolge. Ma è già un inizio interessante di interpretazione.

Una volta, quand’ero bambina, credevo in Dio; sentivo un sentimento, un qualcosa… come di una cosa più grande, di un’immensità rassicurante. Penso fosse una sorta di quella fantomatica fede. Mi è quindi facile capire di cosa sta parlando lo scrittore francese; e, forse, a differenza di Freud che non pare esserne mai venuto a contatto, quel sentimento io l’ho perduto. O potrei pensare che sia divenuto, incontrata la ragione, – o meglio – possa interpretarsi, se provato una volta incontrata la ragione, come un’intuizione intellettuale; e ritorna l’affermazione iniziale di Freud.
Un’intuizione, un’epifania di un’unione perduta. La res amissa caproniana? Quell’unione universale che percepisce l’Ungaretti de “I fiumi”?
Forse il credente la percepisce pensando a Dio, al creatore e al creato: all’unione di un tutto. Il molteplice nel singolo, e viceversa.
E questo sentimento, di conseguenza, potrebbe generare felicità?

Non finisce qui la mia riflessione su questo tema,
ma prima di lasciarmi andare al delirio preferisco concludere la parte iniziale.

* Le citazioni provengono da “Il disagio della civiltà e altri saggi”, Bollati Boringhieri editore, 1971.
** Ci tengo ad inserire una dialogo presente in “Six Feet Under”, telefilm del 2001. Non è spoileroso, è solo una conversazione tra due personaggi su Dio.

– You don’t really believe in God, do you?
– Well, yeah. I mean, I don’t believe in some bearded, old, white man up in a cloud but I believe in something. Some sort of undefinable creative force.
– I think it’s just all totally random.
– Really?
– Yeah. We live, we die. Ultimately, nothing means anything.
– How can you live like that?
– I don’t know. Sometimes I wake up so fucking empty I wish I’d never been born, but what choice do I have?
[Six feet under]

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[Foto: Willy Ronis - Brügge, 1951]

Se avete opinioni da esprimere o scritti da consigliarmi: fatelo, fatelo, fatelo.
Io rifletto solo su alcuni argomenti e qualsiasi stimolo per ribaltare prospettive e confondermi ulterioremente, è ben accetto. Non ho ancora la presunzione di avere verità assolute.

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